giovedì 30 agosto 2018 La metafora del bicchiere

Il rigore del pareggio beneventano
Il rigore del pareggio beneventano

Molto si è detto e scritto sulla partita di esordio del Lecce a Benevento, spesso utilizzando la metafora del “bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto”; non c’è forse molto altro da aggiungere, il bicchiere è senz’altro più pieno che vuoto, in primo luogo perché il match di esordio contro la compagine accreditata della vittoria finale, e ampiamente dotata di mezzi tecnici e finanziari, rappresentava obiettivamente un punto interrogativo che avrebbe potuto incrinare la già precaria serenità dell’ambiente giallorosso. E, sebbene per noi tutti il pareggio finale abbia rappresentato una piccola delusione, occorre anche riconoscere che in parte il Lecce ha meritato di essere raggiunto e che il triplice vantaggio in realtà, almeno per il terzo gol, poteva definirsi eccessivo. Un punto guadagnato per una neopromossa, due punti persi per una squadra di blasone. Il tempo dirà quale ruolo il Lecce potrà giocare.
Il bicchiere è senz’altro più pieno che vuoto se consideriamo che almeno per 60 minuti il Lecce ha fatto vedere un gioco corale di elevata qualità e ha dato prova di grande lucidità e di ancor più grande autorità gestendo l’impatto con la partita con un presidio costante e pressante degli avversari nella loro metà campo. Di per sé questo atteggiamento, oltre che risultato di un impegno fisico e mentale significativo, dà anche conto di una buona consapevolezza del proprio potenziale. Poco importa, o meglio, può essere valutata con sufficiente distacco e con grande attenzione, la circostanza che alcuni degli uomini al centro del mercato non abbiano risposto secondo le attese (ci si riferisce in particolare al reparto avanzato). Fatta salva quest’area grigia su cui occorrerà avere ulteriori conferme, l’ottimismo è anche giustificato dall’aver visto alcuni uomini, protagonisti della scorsa stagione, come Mancosu e Arrigoni, tenere egregiamente la scena anche con il passaggio di categoria.
Vale tuttavia fare qualche considerazione più generale non solo sul vino, contenuto nel bicchiere metaforico, che ha esaltato i giallorossi leccesi e ubriacato quelli sanniti, ma anche sull’oste che lo ha proposto e sui viticoltori che lo hanno prodotto. Nessun dubbio che l’oste Liverani abbia lavorato bene in questi mesi estivi: il gioco sfolgorante sfoggiato dal Lecce per metà dell’incontro a Benevento indica la capacità dell’allenatore di dare alla squadra un’impronta e di trasferire sui giocatori il carattere e la determinazione che lo caratterizzavano quando calcava i campi di calcio. È altrettanto indubbio che il pareggio sia in parte anche figlio di suoi errori di valutazione, e forse anche da ascrivere ad una certa dose di inesperienza. La squadra reagisce in campo anche per i segnali che l’allenatore dà attraverso i cambi, al di là di quanto detto o concordato negli spogliatoi, e rinforzare la difesa, fidando sulla grinta e sulla generosità di senatori come Cosenza forse non del tutto calati nella realtà della nuova categoria, spesso significa trasmettere insicurezza alla squadra, agevolando un atteggiamento rinunciatario e condizionandone l’equilibrio psicologico. Proprio il triplice vantaggio forse avrebbe dovuto suggerire di essere spavaldi fino alla fine poiché niente era richiesto al Lecce al di là di una buona prestazione sul campo della potenziale prima della classe. Peccato veniale, quello di Liverani, che certamente egli stesso saprà mondare grazie al bagaglio di esperienze maturate da calciatore e alla sua indubbia intelligenza.
E veniamo ai viticoltori: il fattore (o, salentinamente, lu massaru) ha dimostrato di conoscere il suo mestiere: ha assemblato una squadra di lavoranti di buon livello qualitativo, tecnicamente coerenti e ben amalgamati, con l’ulteriore grandissimo pregio di aver lavorato in silenzio, con tempestività, calibrando il dispendio economico, e con una pazienza che si è rivelata utile anche ad assorbire, in qualche momento, le pressioni dell’ambiente. Resta qualche perplessità sull’atteggiamento tenuto in queste prime settimane della nuova avventura nella serie cadetta da parte della proprietà. Ci si riferisce non tanto alle esternazioni recenti su casi particolari che hanno infiammato la piazza quanto piuttosto a una certa reticenza a declinare in modo trasparente il progetto societario e tecnico per l’anno in corso e per quelli a venire. Questa proprietà ci ha abituato, proprio perché costruita secondo una logica di pluralismo, ad una chiara identificazione dei ruoli ma soprattutto ad una inclinazione a rendere visibile il progetto, a correggerne la lettura quando necessario, e a definire con ragionevolezza gli obiettivi, senza per questo rinunciare a dichiarare la propria passione. Se il progetto è chiaro, se viene dichiarato e sostenuto in modo coerente e credibile, allora è possibile giustificare in modo aperto le politiche societaria e le scelte tecniche che ne conseguono, senza ammiccamenti all’ambiente o alla stampa. Al momento questo è l’unico aspetto dello spartito che, a parere esclusivo di chi scrive, in questo momento presenta qualche nota stonata. Difendere uno stile di proprietà moderno, allineato alla nuova immagine che il Lecce ha saputo dare di sé potrebbe contribuire a rimuovere qualche asperità nel cammino dei giallorossi in questo campionato che obiettivamente sembra oggi poggiare su premesse incoraggianti.

(o-w.k.)